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PREMIO LETTERARIO FELIX 2015

 “La donna del Sud”

  

2° classificato: Maria Concetta Preta con “La Malandrina” (racconto)

 

Estratto:

L’avventura.

  Il mio battesimo col fuoco avvenne durante una discesa verso un paese, dove dovevamo ritirare provviste e cambi di biancheria. Lungo la rotabile ci vide una scorta di gendarmi. Ci inseguirono sparando ad altezza uomo, infilandosi nella macchia. Mi accorsi di non avere paura, comunque un fucile ce l’avevo pure io e potevo usarlo. Ero capace di uccidere, come un uomo. Lo feci senza pensarci. O lui o me.

  Lui era giovanissimo, lo capii dopo averlo visto steso a terra, col volto bianco e senza rughe davanti a una brigantessa atterrita, che ero io. Era crepato subito, e menomale. Un rivolo di sangue si allargava dal cuore, che doveva esser forte e fiero. Mi misi a correre fino a dove fui capace, insieme alle altre che mi lodarono per il coraggio. Non ero contenta per niente. Lì per lì pensai che era stata solo fortuna.

 E ne ebbi tanta di fortuna, a volte la sfidai, ché della morte me ne fricavo tutta. Crescevo a pane e sangue, fiera di ammazzare i miei nemici, senza sapere manco chi erano. Cominciarono a chiamarmi la Malandrina. 

  Alla soglia dei vent’anni, col diavolo in corpo, avevo finito l’apprendistato che non m’aveva sfiancato per niente e m’aveva lasciato tre o quattro cicatrici sulla pelle di latte.

  Il capo mi assegnò una banda e un territorio, grande era la Sila e grandi le minacce. Ora dovevo prenderle io le decisioni. Prima era, meglio era e poi si sapeva che noi briganti non avevamo vita lunga con tutti le guarnigioni di Piemuntisi alle calcagna. Iniziai a terrorizzare i boschi, le vallate e i borghi con scorribande, agguati, sabotaggi, ruberie. Usai anche gli inganni femminili, i travestimenti, le spiate e mi feci beffa dei soldati. Tutto feci per ammazzarne il più possibile. Mi gettai nell’avventura più rischiosa con l’anima e il corpo. Ero ‘na diavula scatenata e mi sentivo immortale.

  Volava alta la mia fama: era nata la leggenda della Malandrina assatanata che infuriava come una tempesta, faceva perdere la testa al suo nemico prima di sferrare il colpo mortale, poi scompariva nelle selve sul suo bianco destriero. Una guerriera saracena sembravo, coi capelli al vento e la camicia sbottonata. Mi pareva di fare la Storia, e me ne gloriavo, in faccia a tutti. La mia vita progrediva, l’esperienza cresceva insieme all’audacia.  Oltre alla forza che mi veniva da lunghi addestramenti con i masculi, affinavo i cinque sensi pure per la lotta alla sopravvivenza. Nei momenti cupi ero cruda e risoluta, non ridevo, non facevo all’amore, parlavo poco perché c’avevo altro per la testa: la guerra.  

  Gli anni eroici trascorrevano veloci che quasi non me ne accorgevo. Intorno a me, la realtà cambiava repentina, ma io continuavo la mia missione. Poi, iniziai pure io a pensare, a farmi domande sul mondo, sulla Storia, su di me.

                                                                               

La guerra.

  Il bosco millenario mostrava di mese in mese i segni dell’invasione: i tronchi scheggiati, l’erba sconvolta, il terreno scavato. Era diventato uno spazio malefico, denso di minacce. Non era la casa delle fate e dei folletti, ma il regno dei demoni e degli orchi che avevano soffocato ogni respiro. Non era facile trovare un posto per accamparci, a noi che pure eravamo i padroni di quel luogo. Io annusavo l’aria stessa, che puzzava di morte, e avevo in cuore un livido presagio. Ci accompagnava un silenzio innaturale… lo stesso che trovavamo lungo i sentieri che portavano a valle verso i paesi, annunciati da muri a secco e campi duramente lavorati.

  Di tanto in tanto, in quegli spostamenti da un luogo all’altro, in cui mi sentivo una zingara, vedevo sui volti dei mandriani e dei braccianti la secolare fatica che li accomunava alle bestie. Erano i rari momenti in cui annullavo le distanze con quell’umanità perduta, mi vedevo come una di loro… e ripensavo alla mia famiglia, sempre se esisteva ancora. Poi scacciavo il pensiero e mi riappropriavo del presente. 

   Un giorno arrivammo nella piazza di un paese senza nome e trovammo i miseri resti di una fucilazione: cafoni denudati e accatastati come legna e intorno donne che li piangevano. Con le mani legate dietro la schiena, erano stati uccisi davanti alla chiesa. Davanti a una croce, impassibile come Dio.

  Ci confondemmo con la folla dei paesani, nessuno volle accorgersi di noi ché in quel momento chi si interessava dei briganti?

  Le donne si sciuppavano i capelli e si battevano il petto, smaniose. Non era la morte, quella. Era qualcosa di più. Riconobbi qualche volto amico, e me ne dispiacqui. Giurai vendetta per loro. Come un’Erinni me ne volai sul mio cavallo, a piangere la loro sorte, imprecando l’odio e il sangue dei Piemuntisi che erano venuti a colonizzarci.    

  Per un intero anno diventai una satanassa scatenata, non conoscevo patti, giuramenti, parole d’onore. La Malandrina imperversò come il demonio che se la possedeva, non seppe cos’era la pietà.

  Quanti infami ammazzai, manco me lo ricordavo più. Cos’era in fondo uccidere? Un attimo. Già dopo le prime volte, non ci avevo fatto più caso. Vedevo la morte che ballava a due passi da te e mi sorrideva, poi fuggiva via e mi diceva: “alla prossima”. Io non sapevo se tornava a fare visita a me. So solo che la vedevo andare via, ero sana e salva e me ne fottevo. Una cosa capivo: che non sapevo più dove andava la mia vita. Questa è la guerra.

  Galoppavo a volte senza una méta, tra boschi fitti, su per ripide stradelle, in cima a profondi burroni, guidata dal demone che mi divorava le budella. Mi fermavo dall’alto di una roccia scoscesa e gridavo. L’eco riportava la mia voce mentre piangevo. Cosa mi agitava l’anima, non lo seppi mai. Il mio destino era segnato, e indietro non potevo tornare.

  Ci sono stati tanti scontri a fuoco con le guardie che pattugliavano i nostri boschi e che non capivano niente di noi terroni. Spesso ce li siamo andati a cercare, ché noi briganti siamo pure crudeli, e poi volevamo dare l’esempio alla gente dei paesi, mettere paura ai cafoni, che non c’avevano l’intelligenza e l’audacia nostra.

  Così loro correvano a ingrossare le nostre fila, animati dalla vendetta e dall’illusione di arricchirsi col saccheggio e i ricatti. Un soffio di speranza animava questi disperati, un sogno segreto che non avevano il coraggio di raccontare.

 

 

 


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