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PREMIO LETTERARIO FELIX 2015

 “La donna del Sud”

5° classificato: Soraya Troisi con “Briseide” (racconto) MENZIONE SPECIALE FELIX PER LA CAMPANIA

 

Estratto:

“Davvero non sai che fine ha fatto?”.
“No Briseide e non voglio saperlo! Toglitelo dalla testa!”.
“Ma non credi che mi spetti di diritto?”
“Non puoi amare tuo padre e basta?”.
“Io lo amo e questo non centra lo sai! Ma penso che mi spetti di diritto sapere la verità!”.
“Quando sei giovane fai tanti errori, Briseide!”.
“Senti mamma lo so che sono un errore, un peso ma almeno dimmi chi è quest’uomo. Ho voglia davvero di conoscerlo!”.
“No, non lo puoi conoscere. Lui non sa neanche che esisti!”.
“Vorrei che non lo sapessi neanche tu!”.
Sbatto la porta come una ragazzina viziata e corro via per le scale. L’ho sempre odiata quella casa. Al centro della città, al terzo piano di un palazzo. Tutti sapevano di tutti.
Quando sei giovane fai tanti errori vero mamma? Ed io sono il tuo errore più grande.
Mi dispiace. Mi dispiace che tu abbia dovuto portare la vergogna in grembo ma, io non centro. Non è colpa mia se anche tu hai amato col corpo qualcuno che poi se n’è andato. Le persone vanno via. Non tutte sono destinate a restare. Mamma perché mi fai pesare ancora di essere nata, perché mi fai pesare di essere stata nella tua pancia. Mi guardo allo specchio appena entro a casa. Guardo come assomiglio sempre di più a quella donna. E vorrei colorarmi la faccia con uno scarabocchio, urlarmi contro che io sono un errore. Non è così e lo so. Guardo la mia casetta, le foto della mia famiglia. E guardo il mio grembo e quello che è riuscito a fare e dico che l’amore non è sbagliato, che io non sono un errore. E mi dico che dall’amore non può nascere un errore. Vero?

Accendo una sigaretta. Non me lo sono tolto il vizio. A fare le cose di nascosto ero brava. Ho iniziato solo perché ho il maledetto vizio di non saper dimenticare. Cosa? Il sapore di quei baci maledetti prima di Antonio. Con lui ho visto quanto dolce ci fosse nella vita ma, prima, avevo sentito solo che sapore aveva una Marlboro sulle mie labbra attraverso la sua bocca. Attraverso i suoi baci. Facevamo tutto di nascosto, ci nascondevamo nel primo parcheggio buio e facevamo luce con i nostri corpi che si toccavano. E, come un falò sulla spiaggia, abbiamo regalato un po’ di meraviglia al mare ma, si sa che al mare non serve altra meraviglia, a lui basta bagnarsi e rigirarsi nella sua stessa acqua per dare splendore.
“Fammi fare un tiro va! Che stasera so’ troppo stanco!”.
Lo senti in bocca anche tu questo sapore. Mi guardi Antonio, penso che sei pazzo ad amare una come me, una che non sa dimenticare.
Quando ero ragazza, anch’io come Luce, avevo la camera tappezzata di foto, quelle della polaroid, quelle che se ci finisce un po’ di sole sopra si sbiadisce pure il momento dello scatto. E tra un sorriso e un altro, c’era una foto. Era bella. Avevo il viso a metà e, poggiato sulla mia spalla destra c’era la sua faccia. Sorridevamo tutti e due. Brillavamo davvero come un falò su una spiaggia. La foto ora è sbiadita, ma il sole non ce l’ha fatta a cancellare pure il ricordo. Chi ti spezza il cuore resta anche dopo che qualcuno te l’ha aggiustato. Per questo a volte quando mi alzo la notte a fumare, penso a mia madre e la capisco. Mi affaccio al balcone, guardo la luna e penso a quella bambina con le scarpette di pezza verdi. Chissà se ha brillato anche lei come un falò sulla spiaggia, chissà se lei ci è riuscita a fare invidia al mare.
Non gliel’ho mai chiesto.

“Ma, perché fai i biscotti?”.
Devo tenere la mente occupata bambina mia. Penso e non glielo dico.
“Ho voglia di dolce! Mi aiuti?”.
Impasto con le mani. Tocco quella poltiglia umida che scollo e incollo nella ciotola. Luce mi guarda. Lei lo sa che non impasto mai, che non sono tipo da biscotti o da panettoni fatti in casa. Sono più tipo da pane e cioccolata. Spalmi un po’ di zucchero e cacao su una fetta di pane e via.
Oggi non lo so perché ma avevo voglia di sentire odore di buono. Come quando andavo dalla nonna. Odoravano di buono persino le asciugamano dei bagni. Era pazzesca quella donna. Temeraria, una carabiniera, una che ti bastava uno sguardo per capire che stavi sbagliando. Ora la capisco mia madre. Passi una vita intera a collegare l’odore di buono alla paura, al no, non si tocca che appena senti un odore diverso ti ci butti a capofitto. Chissà che odore aveva il mio papà. Chissà se odorava di buono autorevole o di buono folle. Chissà se la folle non sono io che ho fatto bruciare tutti i biscotti.

“Tieni! Io non so più dove abita. L’ho visto un ultima volta esattamente 36 anni fa. Ora non so che fa, non so dove vive. Questa è l’unica cosa che ho di lui!”.
Guardo le sue mani che stringono forte una lettera. Ha ancora la fissa per lo smalto rosso da signora. Ultimamente non ha tempo di metterlo spesso e quindi le rimane sempre qualche angolo sbeccato.
Ora sono le mie unghie mangiucchiate a stringere forte quella lettera. Io il vizio di portarmi le dita alla bocca non l’ho mai tolto. Non ci riesco. Mangiarmi le unghie fino a sentire dolore sulla carne era una sensazione strana.
Ma ora non mi importa delle unghie, dello smalto rosso da signora. Ora mi importa di trovare quest’uomo con la grafia da carcerato. Ha scritto una lettera con una penna in bocca, ne sono convinta. Non si capisce niente eppure è lo stesso sangue mio a scrivere quelle cose. A scrivere grazie, sei troppo per me. A scrivere sei bella come il sole che brilla su questo male. Si, male. Sta scritto male. Ora non so se è un errore, se il sole che vedeva lui in mia madre brillava su ‘sto mare che guardo ogni giorno con malinconia o se, effettivamente, mia madre brillasse sul suo male e riusciva a renderlo una persona migliore.
So che si chiama Pasquale, che abitava a Salerno, nel vicolo dove avrebbero dovuto mettere una targa per le mie mani calde. Se ci ripenso mi dico che io ero lì, sotto il balcone di mio padre e non lo sapevo. Questo mondo è troppo piccolo per noi che non sappiamo quello che cerchiamo e, infatti, quello che cerchiamo poi ce lo ritroviamo sotto gli occhi o sopra la testa. Non mi do pace.
Pasquale. Papà.



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