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PREMIO LETTERARIO FELIX 2013

"Lavoro precario = Vita precaria"

2° classificato MENZIONE SPECIALE FELIX PER LA CAMPANIA Carla De Falco

con "Il momento che separa"

Estratto:


incontro con il lettore

è sordo trovare parole nell’altrui dolore.
nascondo tra le dita altre persone
e scivola dai polsi via bellezza
celata dietro improponibili sudari.
storie di una ferocia consanguinea:
c’è una muta alterità
tra il senso che io intendo
e l’incanto che fa vibrare te, fin dentro.
mi avresti mai tu riconosciuto
oltre le carte che più non hanno corpo?
avremmo potuto già incontrarci
oltre questa pagina, tu ed io?
forse nella solitudine sfilata
in un labirintico centro commerciale
o chissà sulla riva abbandonata
di un'alba umida di biancospino
in un desolato capodanno di città.
 


valico di frontiera


imbarcata in nave di carta
metto via un’ora di silenzio
mentre ondeggia al largo un desiderio.
e si perdono i tratti conosciuti
sfumano lingue e prospettive
parole pugnalate dal silenzio
pensiero che arranca nell’altrove.
nessuna bandiera all’orizzonte,
il piede vacilla, senza terra
nell’assenza di arrivi e di partenza.

del confine cerchiamo ancora il segno
come cerchi di fumo dentro il buio, drogo.

 


napoli

gravida e gonfia
babele ancora rossa, imputridita
del colore della fragola matura
densa di urla lunghe e note antiche
lazzara, dolente e persa a vita.
la resilienza condanna a vessazioni
l’indolenza è pasto avaro di riscatti.

frugo la tristezza di appartenerti
pettino il ricordo d’una resistenza
inciampo nella miseria della danza
d’una tribù che sbraita lutti e abbandoni.
e vorrei un giorno guardarti da un riparo
come chi osserva da casa un uragano.
ma so che anche così non avrei scampo
come davanti a ogni sconforto pieno.
 


il tonfo (Finalista al Concorso Letterario Lettere a Letizia, Associazione Onde Donneinmovimento, Caltanissetta 2013)

pausa pranzo come ogni settimana.
ma oggi sul mio piatto penzolava
un uomo con i suoi piedoni grandi.
urlava, minacciava di buttarsi.
si sosteneva fingesse apertamente,
ma io non so, non saprei proprio dire.
ho sentito quelle gambe penzolare
sulla faccia della mia coscienza,
ho visto le ginocchia sulle bocche,
ho temuto per tutto il tempo muto
di udire crudo e sordo un tonfo buio,
uno di quelli che ti porta via
per sempre ogni giovinezza.
ho capito che non avevo fame
che non volevo, né potevo averne.
e ho capito che dovevo andare.
ho gettato uno sguardo mentre andavo
urlava e non so dire se fingesse.
io fingevo indifferenza, senza grazia
tra la folla vociante e solidale
tutta presa a fotografare
la morte col proprio cellulare.
ho pensato ad una tela di guttuso:
un cristo crocifisso al cornicione
e la folla che acclama il sacrificio
scattando foto nella pausa-ufficio.

click.
 

 

risveglio

quando facevamo sogni lunghi
parlavamo con parole nuove
pensavamo di poter oltre-passare
anche l’ira della terra tremula
e la collera di grigi fiumi in piena.
ma ora come orme sulla riva
la furia della schiuma ha cancellato
tutte le illusioni del passato.
e oggi mi basterebbe la certezza
di saperlo ancora fare un sogno.
 


la peggio gioventù

IN VERITÀ IO VI DICO:
A QUESTA GENERAZIONE NON SARÀ DATO ALCUN SEGNO
MC 8,11-13


miopi di speranza
e muti di futuro
stretti nei gessati dritti
e nelle cravatte rispolverate a secco
solo per i colloqui di lavoro.
che poi sono quasi tutti uguali:
quando va bene, spezzano le ali.
e ti dicono
a tuo carico, a tue spese,
a tempo perso, a tuo rischio,
a tuo pericolo, sommerso


siamo gioventù di resistenza,
ai call center,
ad una nuova ignoranza,
all’analfabetismo degli affetti,
all’assenza di ogni principio primordiale,
come ad esempio il diritto di star male.

immobili
con fin troppa indolenza
di fronte all’urgenza della fuga
espiazione di colpe non commesse
sulle quali paghiamo anche le tasse.
orbite fuori da ogni ellisse
fradici, malconci, mal pagati
stiamo peggio di nonni, padri e zii
e ci tocca vivere di addii.
 


generazioni (Menzione d’onore al III concorso nazionale di poesia STRADA FACENDO … con il patrocinio dell’UNESCO, della Provincia e del Comune di Pescara,  in occasione della Giornata Mondiale della Filosofia e dell'Anno Europeo Solidarietà tra le generazioni,Pescara 2012)

in sospensione
tra l’ansia di una questione da sbrigare
e la quiete ingorgata di timore
precaria
tra la certezza di affanno e sofferenza
e la minaccia di perdite e abbandoni
in bilico
tra la fatica di afferrare la vita sempre in corsa
e l’incapacità di attendere lenta la corrente
mi fermo
un giorno su una banchina ad osservare
con che eleganza portano il giornale
sotto il braccio, a volte, certi vecchi
che brandiscono il tesserino da invalido
con la fierezza antica di uno stemma araldico.
eroi d’avorio che resistono all’insulto
della vita che salpa via a vele gonfie
e hanno imparato a scivolare
lenti …
appesantiti da zavorre d’anni,
corazzati da fiumi di lana e di colonie
armati di rughe e di bastoni
coraggiosi fragili e solitari
come aghi di pendoli già fermi
solo all’apparenza finalmente indenni
da ogni frenata, ogni urto e da ogni schianto. 
 

 

abracadabra (Selezionata al PREMIO THEMIS - III EDIZIONE, BRONTE – CT)

ABRACADABRA
regalami un libro, un libro di fiaba...
che racconti di terre violate all’alba
da dita in piena oltre argini maldestri
e poi la nera rabbia degli onesti
e la mesta arroganza degli scaltri.

ABRACADABRA
sia per me valigia degli appunti
con dentro la fiaba nera su un destino
che si decise in stanze assai lontane
e quella onirica su un assassino
che ascoltava nel vento il suo rimpianto
e il duro morso di un vasto mare in pianto.
vorrei che raccontasse poi l’orrore
di uccellini catturati e fatti ciechi
per ottenerne un canto più sensuale
e delle principesse di stagnola
incatenate e perse nel fluire
del vizio abituale della strada.
una pagina vorrei che raccontasse
della mia emigrazione provvisoria
sempre legata al remo di un ulisse
che vive nelle mie fottute ansie
e poi la chiusa, la favola finale
che narrasse una storia assai comune
di pinocchi, addormentate e pollicini
tutti in cammino sul passo del mio tempo
che è golgota di giusti e burattini.

 


stagni fermi (Vincitrice dell’XI edizione del Premio Nazionale di Poesia Padre Gaetano Errico, Napoli 2013)

fermi come stagni
nei mesi d’autunno
guardiamo solo da lontano
l’ululato dei colori della storia
e la memoria della pelle che fremeva
nei giorni in cui il sole nei viali
non lasciava credere
sarebbe mai stato inverno.

fermi come stagni
mentre bianche vestali nell’ombra
già incombono su case in branchi
scoppiettanti di ceppi
profumate di memorie.
e visi rugosi di noci
invocano silenzio sui segreti
eternati dai versi dei poeti
e cercano riparo dalla vita,
come da una pioggia lieve.

 


horror pleni (Vincitrice del XXIV Concorso di Poesia “Sabatino Circi”, Borbona, 2012)

il mare è quiete triste
è lama di coltello
profondità taciuta
tormento dell’abisso.

la terra è un suo frammento
e vibra, trema e strilla
da troppe catene infedeli spaventata.

vibriamo di parole perse nella rete
all’ombra di sfide vissute come guerre
scansando sempre ostacoli
ma senza direzione
e consumando ansie
zeppe di cose e voci.
sgomento del pieno, del tanto, del troppo.
bisogno - magari -
di un mare di vuoto.

 


la piena

vorrei morire solo un istante prima
dei miei desideri partoriti
rotondi come onde e come miti
andati a fondo al largo della vita.

non vorrei mai più sentirmi vittima
delle tensioni, delle altezze e degli aneliti
che lasciano vuoti nudi ed impauriti
nel tempio del buio che sublima.

nella stanza modesta dei miei quarant’anni
getto via come una pietra a fondo
l’ingannevole attesa di rose senza pena.

fuori anche il vento mostra i suoi affanni
accusa d’eccesso di poesia il mondo
e tutti i miei sogni figli della piena.  
 

 


il mio sud

la piazza arsa
la pietra bianca
al fianco la borsa sempre stretta
nella trama dell’antico merletto
il vento a fare onda.

le chiese fatte stalle
a valle la piena della morte
sudore di femmina nel grano
e sangue di maschio saraceno.

aperte le porte, chiuse le bocche
sdentate quasi tutte le finestre.
e la parola punita che trema
nel riscatto affidato a una lama.

qui non si torna, qui - talvolta - si scende.

perché il mio sud resta
quello che è sempre stato:
un imbuto rovesciato
a colare giaggioli viola
urla d’assioli
voli acrobatici di rondini
e dolore, un dolore strano
dai nonni sui nipoti
tra greti pietrosi
di torrenti stanchi
accecati dal rosso dei papaveri
ubriacati dall’odore dei finocchi
stanchi tutti di avere perso sempre
e di non riuscirla neppure più a ricordare
la strada giusta, quella per il mare.
 

 


fenice

mesto il languore dell'anima.
fin nelle viscere, che sono di mare.
è grigio dentro, come un abbandono.
da sempre, il mestiere più duro.
di nuovo sgorgare.
ricominciare.


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