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PREMIO LETTERARIO FELIX 2016

“Paesi-Radici”

Abbandoni e Ritorni nell’epoca 2.0

 

3° classificato: Danilo Cannizzaro con “Paso doble” (racconto)

Estratto:


Ecco che nelle braccia inesperte di Patonsio la maliarda prese a smaniare, sospirando e illanguidendo in sinuosi contorcimenti, agitandogli le carni profumate di paradiso sotto le nari taurine fumanti – e, ognun sa, il fumo fa male… – mentre una terribile ricaduta nella follia minacciava di farlo sfracellare in uno spaventevole abisso di perdizione.
***
S’agitava la virago, pur con soave mollezza, e Patò, che non era tipo da farsi pregare in casi molto meno impegnativi, pericolosamente principiava a disseccarsi, disperdendo eccezionale quantità di sudore e mefitiche qualità di vaporizzazioni.
***
I pesanti braccialetti d’oro massiccio pareva volessero sfilarglisi per il subitaneo dimagramento, e per la scivolosità degli avambracci, e al tempo stesso l’opprimeva l’imponente catena al collo – ingarbugliandosi nel fitto pelame del torso – sembrandogli avesse di colpo quadruplicato la gravezza della zavorra, che già nativamente l’artigiano aveva progettato resistente al peso di crocifissi da competizione. 
***
A mezzo del violento processo di disidratazione, alle orecchie di Patonsio giunse, più chiara della babilonia che fuori si agitava, una parola, che però parola non era, perché era piuttosto un suono lontano, forestiero, esotico:
– «Mangiami!»
Quel suono, trasportato da una fragranza di zagare e fior di pesco – con un sentor di gelsomino, e sambuco ancora – arrivò alle orecchie di Patonsio con la soavità di una randellata a tradimento, con la benignità di un colpo di vanga sulla nuca.
***
…incendiato nelle viscere, zuppe d’igneo carburante, essiccato nelle membra ingorde, da vivo ardore combusto nel muso paonazzo, liofilizzato nel cervello abbrutito, già divelta con mani cieche la bardatura e strappati i finimenti, fornì alla giumenta Gina, questa volta, – e in modo inequivocabile – una particolare imitazione pedissequa del sunnominato quadrupede asinino.
E non ebbe alcuno sforzo nel riprodurre accorati, strazianti ragli, in luogo dei convenzionali gemiti di voluttà dell’uomo incapace di distinguere la parte divina e la parte ridicola della propria natura.
***
Patonsio si ritirò da quell’esperienza quasi rinfrancato, per un verso, ma in seguito sempre più disturbato da un pensiero che piano piano s’era fatto strada nella sua mente.
Dapprima lo rimuginò confusamente, poi cominciò a penetrare il segreto che lo aveva fatto tanto tribolare: quella donna, anche se nello spazio di fugaci attimi, lo aveva amato… ma aveva amato l’anima integra, primitiva, semplice di lui… non il suo involucro.
Aveva amato la sua anima, non il suo corpo.
La sua intimità, non la sua fisicità.
Aveva, quindi, quella stravagante, amato Patonsio in qualità di uomo, di persona, e non come oggetto.
Il che, per una persona tutta d’un pezzo, non è tollerabile.
– “’Sta scimunita pazza…”  – alcune volte s’attardò a pensare.
Non ci andò più.
Mai più.
Rimosse.


 


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