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PREMIO LETTERARIO FELIX 2013

"Lavoro precario = Vita precaria"

4° classificato Raniero Spaziani

con "L'uomo di successo"

Estratto:

Pensò di essere poi troppo cattivo con la moglie, tutto sommato le voleva bene. E forse, ma non ne era del tutto sicuro, anche lei voleva bene a lui.

E nonostante questo, nonostante una vita che tutto poteva essere, o forse non essere, tranne non essere che una vita di merda, si stiracchiò le braccia puntando i pugni chiusi verso l’alto e si sentì improvvisamente contento e soddisfatto di sé. Del proprio lavoro. Del proprio successo. E alla fine, preso da un eccesso di autocompiacimento, arrivò perfino a pensare anche di avere una bella famiglia, tutto sommato. Ma sì, poteva decisamente andare peggio.

Anche perché’, alla fine, non che quelli che stava facendo fossero pensieri immeritati, anzi. Uno come lui, a quell’età, in quella posizione, con quel talento. Roba da far venire gli occhi verdi a chiunque, o quasi, diciamo. Perché tanto, si disse, ci sarà stato da qualche parte uno più bravo di lui, senz’altro. Ma quel qualcuno non era là e non lavorava là, o almeno non ancora. E allora, meglio farsi una risata ed accendersi uno di quegli havana regalati dall’CEO della Baldazzi per Natale. Il fiammifero prese fuoco con un frzz che illuminò per un flebile istante il buio che stava invadendo sempre più la stanza, ormai rischiarata solo dalla luce del computer e dalla lampada accesa sul tavolo. Rivide un’altra volta il monitor, mentre meccanicamente si aggiustava l’ultimo bottone della camicia e si rimetteva a posto la cravatta. Odiava lavorare con tutto allacciato, si sentiva soffocare. Più del solito, a volte. Intanto, le boccate del sigaro si facevano sempre più corpose ed intense ed un fumo acre e penetrante aleggiava ormai sopra la sua testa nemmeno fosse il brucaliffo di Alice nel Paese delle Meraviglie. Il ronzio metallico della vibrazione del blackberry, uno dei rumori che ormai conosceva più di qualunque altra cosa, lo destò dal torpore in cui sembrava ormai irrimediabilmente essere sprofondato, sputando infine due email con un irridente ed asettico plin plin.

Alzò di scatto la testa verso lo schermo. Il deal? Un lavoro all’ultimo momento? Come se fosse una novità, come se fosse la prima volta o i primo Natale che si trovava a riaccendere il pc dopo aver cenato con la famiglia e scartato i regali. Perché si sa, come diceva sempre il capo, “ai giapponesi del Natale frega cazzi, quelli basta che mandano giù quella roba cruda che mangiano loro e poi taaacc, subito sul pezzo”. “Cazzo”, si disse. E riaprì la posta del lavoro, scorrendo meccanicamente con la rotella del mouse la casella di posta in arrivo.

Egidio Serravalle. Uno dei  Senior Associate del dipartimento Corporate Finance. Due email. Ed erano quasi le sette di sera. Velocemente diede uno sguardo all’oggetto, cominciando a pensare a quale delle due email aprire per prima, o quale delle due cestinare, il che era praticamente lo stesso. Alla fine pensò che avrebbe potuto provvedere anche al ritorno dalle vacanze e che RUSSIAN BLOND CHICKS NUDE e XXX EBONY WITH ADULT XXX avrebbero potuto rimanere belle tranquille nella sua casella di posta ancora per qualche giorno. Sì, potevano proprio aspettare.

Si alzò lentamente dalla sedia per rimettersi la giacca ed il cappotto. Tutto sommato, nonostante fosse dicembre, non faceva freddo e pensò che avrebbe potuto lasciare in ufficio la sciarpa ed il cappello di lana. Li avrebbe ripresi dopo. Oltretutto era un regalo della suocera e non gli era nemmeno mai piaciuto granché. Fece qualche passo nella sua stanza, sistemando qua e là libri, fascicoli, e tutto quello che pensava non fosse in ordine. Foto, attestati dei vari Master frequentati in tutti quegli anni, i gadget dei vari affari chiusi nel corso di una carriera. Una vita scandita da bozze, contratti, firme. E poi di nuovo, finché non si arrivava ad una nuova firma, ad un nuovo affare, ad una nuova stretta di mano. E poi ad un nuovo incarico. A volte si domandava se avesse mai avuto tempo di pensare al resto, al resto vero. E si rammaricò del fatto che, forse, non aveva avuto tempo di pensarci abbastanza. Cattivo time management, commentò. Avrebbe potuto fare di meglio. Come se la famiglia, o i figli, fossero progetti su cui caricare ore, su cui “billare”.

Ed all’improvviso si accorse che era tardi e che bisognava cominciare seriamente a pensare alla cena ed alle varie cose da fare. Pensò di annotarle sul suo telefono, giusto per non dimenticarsi nulla e giusto per non fare la figura del pirla davanti alla moglie, ma soprattutto davanti al cognato. Spense il sigaro e si avviò di nuovo verso la scrivania, era ora di chiudere.

Il suono plastico del mouse che cliccava sulla opzione shutdown sancì definitivamente l’inizio delle vacanze e la fine, o forse sarebbe stato meglio chiamarla tregua, del lavoro. Per almeno 10 giorni niente riunioni, niente telefonate, niente praticanti somari e raccomandati che infarciscono i loro documenti di parole inglesi perché non conoscono quelle italiane, niente cene saltate all’ultimo momento, niente più isabella che dorme da sola almeno per metà nottata…sì, continuò a pensare nella sua sempre più crescente auto soddisfazione. In effetti un po’ di tempo con la famiglia se l’era proprio meritato.

Fece per aprire la porta, il giaccone già addosso e la busta di regali colma di testimonianze dell’opulenza e del benessere che nonostante la crisi alcune professioni ed alcuni professionisti di talento riescono ancora a dimostrare, quando suonò il cellulare. Il numero di studio. Il capo.

“ehi, ciao scusa se ti rompo a quest’ora, ma per caso sei ancora qui in ufficio?”. Chiedere se si stava disturbando, eventualmente, era un lusso che ormai aveva capito non potersi più permettere. “ehi sì sì sono ancora qui, stavo andando via..sai la cena, i regali..poi c’è anche mio cognato, un rompicoglioni che non ti dico..” fece per giustificarsi

“sì sì ma tranquillo, lo capisco..anche io devo andare tra qualche minuto, però già che sei qua in ufficio fai un salto da me che devo dirti una cosa. Roba di 5-10 minuti al massimo vedrai, non ti ruberò molto tempo. Va bene? Dai rapido che ce ne andiamo tutti a casa” Ed attaccò.

La stanza di Jonathan Borghi, capo supremo ed indiscusso della sede milanese dello studio, era una sorta di sacrario dedicato al pensare in grande, all’auto-motivazione, all’arrogante prepotenza per avercela fatta anche magari a spese di un sacco di gente che ha semplicemente avuto la sfortuna di incontrarlo, ed in generale a tutto quello che può spingere una persona di circa 45 anni a sposarsi 2 volte, divorziare una, avere 4 figli (di cui 2 nati dai 2 matrimoni di cui sopra), a comprare cravatte e vestiti “rigorosamente all’interno del Quadrilatero”, ma soprattutto a tirare coca in un che probabilmente avrebbe fatto impallidire anche Tony Montana.

“Ehi, grandissimo. Vieni, vieni pure caro. Giusto il tempo di far due chiacchiere ora che ci stiamo per preparare alle feste e ti lascio libero, va bene?”. Entrò, quasi in punta di piedi come se stesse camminando su un tappeto di uova. “Ma dai, non mi star lì impalato, mettiti comodo, accomodati, fai come se fossi a casa tua”. In effetti i 2 Guttuso appesi dietro la testa di quel pirla gli avrebbero fatto parecchio comodo, pensò. Si disse che sarebbe stata una figata entrare a notte fonda in studio per rubargliene anche solo uno. Matilde permettendo.

“insomma, grande…dicevamo? Ah sì, le feste. Programmi per le vacanze?” gli domandò squadrandolo da capo a piedi. “beh” cominciò a rispondere “sì, in effetti con Isa pensavamo di…” non fece in tempo a finire che un “vabbè dai alla fine sono cose vostre, andate dove vi pare” liquidò la questione. Poi, Borghi lo guardò dritto negli occhi e con uno schiocco di lingua disse “guarda mitico, non sai in che situazione di merda mi trovo, veramente piuttosto mi taglierei le palle…” mentre con una mano afferrò nervosamente un pacchetto di gomme. “il fatto è che lo sai no, cioè, stiam passando un periodo di merda, non gira niente, è tutto fermo da una vita…e chi governa? No, dico li senti? Solo buoni a dir cagate, ci riprendiamo ci riprendiamo…oh ma qua va a finire che non ci riprendiamo più!”

Fece finta di starlo a sentire, annuendo con fin troppa convinzione per essere uno la cui testa era già praticamente rivolta all’aperitivo ed al cenone della vigilia. No, al cognato, invece, no. Aveva avuto cura di tenerlo sufficientemente lontano. “E quindi” continuò “anche noi purtroppo non possiamo non tenere conto di tutta questa merda che ci sta venendo addosso, lo capisci?” Certo che lo capiva, come avrebbe capito la scelta della moglie di riandare nuovamente dall’avvocato a chiedere il divorzio, se avesse tardato ancora.

“insomma, guarda mitico non so veramente come prendere l’argomento, ma ecco…il fatto è che … ci dobbiamo alleggerire un po’ anche noi, ed ovviamente le prime teste che cadono sono quelle di gente con una seniority importante, che pesa sul bilancio dello studio, non so se mi spiego..” Ed improvvisamente, gli fu tutto più chiaro. Non era la classica menata pre natalizia, era molto di più. E siccome si trattava di segare qualcuno a ridosso delle vacanze, la cosa aveva creato un rimorso di coscienza persino a lui. Da qualche parte, sghignazzò, probabilmente un cuore ce l’aveva anche il suo capo. Certo, c’era da capirlo, non erano scelte facili e soprattutto non era facile trovare le parole per dare notizie del genere. Ed era giusto sfogarsi un po’, parlare con i collaboratori fidati, magari una dritta riuscivano a dartela anche loro, concluse.

“insomma” disse con la voce che si era fatta improvvisamente seria e profonda “devo dirti che purtroppo non puoi più lavorare qui con noi. Hai tempo 2 mesi per trovare un’altra occupazione”.

 


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