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"Ring" di Andrea Manzi

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Corpo e mente. Azione o linguaggio. E’ oltremodo un azzardo provare ad immaginarsi un teatro altamente poetico, poiché, come sostiene il Secondo Uomo, “La parola e il pensiero si avvolgono e schizzano fuori senza senso“, ma “Noi abbiamo nostalgia dei corpi e dei luoghi. La parola, da sola, muore“. Dunque, qualsiasi racconto, privo di un effettivo riscontro storico (la realtà dei personaggi) diventa manchevole della “mitizzazione” o “presenza corporea” necessaria a celebrarlo e ricordarlo; per cui, cadrà nel vuoto.

Nella ricca terminologia di Manzi ricorre, in verità, un unico intento: coniugare le diverse forme d’arte (o quelle da lui più amate, nella fattispecie poesia e teatro) per arrivare alla descrizione della realtà attraverso un linguaggio multiforme, ovvero l’organismo unicofatto di cervello e membra. Come sembra suggerire il Primo Uomo in una delle ultime battute, Pierpaolo (Pasolini) “s’aggira con la faccia di Dio“. La sintesi perfetta, cioè, non proviene dal debole esercizio umano ma dalla perfetta cognizione dell’Arte e delle sue possibilità. Dunque, l’uomo-verbo e l’uomo-attore che abitano l’artista devono cercare di convergere insieme nella ricerca di una descrizione pragmatica del contingente: una ricerca, questa, che Manzi espleta attraverso il paradigma dell’extracomunitario sofferente.

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