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“Fiori dal cemento- Storie di donne che costruiscono”

dalla nostra pagina Anobii - Elvira Sessa

Di Raffaella R. Ferrè, Carmen Pellegrino, Maria Cristina Sarò, Cristina Zagaria 
A cura di Ileana Bonadies
Ed. Caracò
 
“Non credi ai giuramenti, tu, non credi nemmeno alle battaglie. 
Dici che sono per i cuori di malta impastati con la calce (...). 
Li hai mai visti i girasoli?
Dici che sono slavati, smorti (...). Sbagli. 
Anche annientati da un’ascia (...) si aprono e si chiudono come un ventaglio ferito, ma le complicazioni dorate del giallo sono sempre più vive (...), come solchi di dinamite.”
 
Clizia rivolge questi pensieri al suo datore di lavoro che l’aveva demansionata da segretaria a centralinista. L’aveva punita. Perchè Clizia, dopo aver visto i suoi colleghi “soffrire terribilmente per l’impossibilità di far valere i propri diritti nei luoghi di lavoro”, aveva deciso che a lei, donna dal “cuore di malta impastato di calce”, non sarebbe accaduto, e si era iscritta al sindacato.
E così, per aver scelto di tutelare i diritti suoi e dei suoi colleghi, era stata recisa. 
Ma rimaneva viva, anzi “sempre più viva come solchi di dinamite”, come un girasole che, a poco a poco, si fa largo nel grigio cemento di un mondo del lavoro declinato al maschile, dove sembra esserci posto solo per donne arriviste, spietate o disposte ad adbicare ai propri diritti.
“Fiori dal cemento- Storie di donne che costruiscono”, raccoglie le testimonianze di Clizia e di altre tre donne che descrivono, con un pudore, una delicatezza e un coraggio tutto femminile, la loro lotta per l’indipendenza economica e il loro percorso di costruzione che si realizza, contemporaneamente, sul piano lavorativo e sul piano affettivo (famiglia, relazioni tra colleghi di lavoro). 
La prima storia è quella di Linda, restauratrice, che per svolgere il lavoro per cui aveva studiato, emigra all’estero, “mollata” dalla sua Italia cui non interessano le sue competenze. Poi, “vai a capire perchè”, torna nella sua regione nel Sud dell’Italia. Il ritorno appare una sconfitta. Ma in quel soggiorno all’estero, Linda si è “costruita”, ha messo in gioco se stessa, ha modellato la sua identità. 
E c’è la storia di Clizia, che consuma il suo corpo nel lavoro (“non l’ho mai trattato bene questo corpo: dovevo lavorare, solo lavorare, sempre lavorare”) pur di avere un’autosufficienza economica, e, dopo alcuni lavoretti, viene assunta come segretaria di una impresa edile. 
Nella impresa si misura con turni e strumenti di lavoro forgiati sulla resistenza maschile e con un modo di concepire il lavoro che non le dà spazio: “Ogni mattina mettevo insieme la giornata di edili, operai, carpentieri, muratori, idraulici, elettricisti, ossia maschi, sempre e solo maschi (...) che inorridivano all’idea di una donna a organizzargli i tempi”. Nel suo lavoro, Clizia conosce il mobbing ed è costretta a rivolgersi al sindacato per veder ripristinate le sue originarie mansioni. 
E c’è il racconto di Maria, cucitrice, per la quale “poter dare forma ad un mare di una stoffa è stato un diritto alla felicità” ma poi deve fare i conti con la Cassa Integrazione. Colpisce la sensibilità con cui descrive la sua condizione alla figlia piccola: prendendo un pupazzo con dentro una molla e due ali, spiega alla bimba che la cassa integrazione è come un gioco, quando la molla si tira troppo, si rompe e, per ripararla, si deve rimanere a casa per infinite ore.
C’è, infine, la storia di Luana, che si riscatta dal suo passato di moglie tradita, ricostruendosi una vita con il figlio piccolo e un nuovo lavoro come operaia in una impresa che produce infissi in legno.
Il senso delle quattro storie è ben sintetizzato dalla frase di una delle protagoniste: “Non ho mai pensato al mio lavoro come un dovere”. Quella frase, evidenzia Susanna Camusso nella postfazione del libro “è un urlo, una richiesta di aiuto” che indica “un senso di privazione, di paura (...).” 
Linda, Clizia, Maria e Luana vivono, infatti, in modo strettamente intrecciato la loro dimensione affettiva (di mamme, di mogli, e, più in generale, di donne) e di lavoratrici. Nel lavoro come negli affetti, mettono se stesse, senza risparmiarsi, senza scindere i due piani. Vivono con un’unica passione l’una e l’altra dimensione e questo le rende più vulnerabili: se si ferisce l’una, ne risente anche l’altra. Ma in questo intreccio sta anche la forza che le fa uscire dall’isolamento cui spinge il lavoro fine a se stesso, alla produttività, alla scalata nei ruoli. E così, la famiglia di origine, i figli, il sindacato, si rivelano, per le protagoniste, quel punto fermo che le spinge a rialzarsi dalle sconfitte sul lavoro e a continuare a costruire. 
Il libro è un progetto della rete FILLEA- CGIL Donne nazionale e Regione Campania, con prefazione di Walter Schiavella (segretario generale FILLEA CGIL), introduzione di Giovanni Sannino (segretario generale FILLEA CGIL Campania) e postfazione di Susanna Camusso (segretario generale della CGIL). 
 
Elvira Sessa


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